VOLATILITA' IMPLICITA, VOLATILITA' STORICA, IL VIX Index (Parte I)


Non c’è dubbio che il trading sulla volatilità in questi anni abbia portato a coloro che adottavano questa strategia ritorni economici considerevoli. Non è un caso che i trader professionisti (specialmente quelli americani), le trading room delle merchant bank e i fondi hedge utilizzino a piene mani gli strumenti sulla volatilità. In Italia però se ne sente parlare molto poco e sono ancora meno i trader retail che utilizzano strategie sulla volatilità (o “vola”, come spesso si abbrevia amichevolmente). Allora proviamo a fare una brevissima sintesi su questi strumenti sacrificando necessariamente un po’ di rigore sull’altare della semplificazione e della divulgazione. Per “vola” non intendiamo gli indicatori di volatilità classici che i trader usano per valutare i movimenti dei prezzi (es. l’Average True Range. o il Bollinger Bandwdith), ma bensì la volatilità implicita delle opzioni oppure la volatilità storica. Andiamo però con ordine. Le opzioni hanno una cosiddetta “volatilità implicita” (spesso indicata con la lettera greca “sigma”, σ) che in termini molto semplificati (mi perdoneranno i puristi della materia) rappresenta l’aspettativa futura dei movimenti di prezzo del sottostante (es. l’azione). Se gli operatori si aspettano maggiore variabilità dei prezzi in futuro (quindi maggiore volatilità), aumenta il premio che il compratore di opzioni deve pagare per avere l’opportunità di comprare o vendere il sottostante in futuro ad un prezzo oggi prestabilito. In altre parole aumenta il premio da pagare per acquistare l’opzione (call o put). Il pricing delle opzioni dipende anche da altri fattori (es. prezzo del sottostante, strike price, tempo mancante alla scadenza, ecc.), ma la volatilità implicita (che, come detto, riflette le aspettative di variabilità dei prezzi) è di fondamentale importanza nel determinarne il prezzo. Per i nostri scopi per il momento ci basta sapere questo. Invito il lettore curioso ad approfondire l’argomento altrove. Oltre alla volatilità implicita esiste anche la “volatilità storica” che è definita come la deviazione standard a X giorni dei rendimenti. Se la volatilità storica è calcolata su dati giornalieri, per ottenere un valore “annualizzato” si moltiplica la deviazione standard per la radice quadrata di 252 (numero di giornate medie di apertura dei mercati). La volatilità storica è un indicatore della rischiosità passata dei mercati ed è utilizzata al denominatore nel calcolo dello Sharpe Ratio (indicatore purtroppo poco noto ai trader, ma molto usato dagli investitori). La volatilità storica e quella implicita sono “concettualmente differenti” in quanto la prima rappresenta la variazione dei rendimenti passati, mentre la seconda rappresenta (semplificando) l’aspettativa di variazione dei prezzi stessi. Vediamo un’importante applicazione della volatilità implicita. Il principale indice azionario mondiale è l’S&P 500 (ticker Bloomberg SPX, Yahoo ^GSPC), che sintetizza l’andamento delle 500 principali azioni americane quotate al NYSE, all’Amex e al Nasdaq. Queste azioni hanno anche delle opzioni quotate al CBOE (Chicago Board Options Exchange). Anche l’indice stesso ha delle opzioni quotate sempre al CBOE. La media pesata della volatilità implicita delle opzioni del SPX a breve termine (30 giorni, o meglio tra 23 e 37 giorni) viene raggruppata in un indice, calcolato dal CBOE, che prende il nome di CBOE Volatility Index meglio noto come “VIX Index”. Il VIX è detto anche “fear index” (l’indice della paura). Su Yahoo Finance ne trovate la quotazione col ticker ^VIX. Le modalità di calcolo del VIX Index sono cambiate nel tempo, ma lo storico è comunque disponibile dal 1990 (anche se esistono ricostruzioni non ufficiali anche precedenti).

In Figura 1 il grafico storico del VIX Index (fonte dati Yahoo Finance, o CBOE.com). Nonostante la differenza concettuale esposta in precedenza, l’andamento della volatilità implicita (rappresenta per l’S&P 500 dal VIX Index) e quello della volatilità storica, con il medesimo intervallo temporale (30 giorni), tendono ad essere fortemente correlati.

Il grafico di Figura 2 mostra chiaramente questa correlazione (VIX Index scala di sinistra, Volatilità storica scala percentuale di destra). Da notare che la volatilità storica è facilmente calcolabile da chiunque su qualsiasi sottostante con un semplice foglio Excel ed è disponibile in molte piattaforme di trading, mentre quella implicita è un po’ più complicata da ricavare per i comuni mortali. Si osservi inoltre che esiste una certa correlazione anche tra la volatilità storica e l’indicatore Average True Range (v. Figura 3), sebbene tale correlazione sia meno evidente.

La ragione di questa differenza risiede nel fatto che in un ipotetico mercato che dovesse salire molto rapidamente, con ampie candele verdi di altezza comparabile, l’ATR assumerebbe valori elevati, mentre la volatilità storica sarebbe pressoché nulla, mancando il presupposto della variabilità dei rendimenti. Semplificando possiamo dire che il VIX misura la paura, perché misura l’aspettativa futura della volatilità dell’indice S&P 500 e di conseguenza delle azioni che lo compongono. In linea di principio volatilità significa “alternanza di movimenti del prezzo” che potrebbero essere sia verso l’alto, sia verso il basso (si veda ad esempio la definizione di “volatilità storica”), tuttavia la storia ci insegna che all’aumento di volatilità corrisponde il decremento dei prezzi, questo è in linea con il pensiero comune che associa un maggiore pericolo ai mercati bearish.

La sovrapposizione del grafico del VIX con quello dell’indice S&P 500 mostra chiaramente la correlazione inversa tra i due (vedi Figura 4 dal 1990 a settembre 2015).

Lo zoom dal 2007 del grafico precedente (v. Figura 5) mostra ancora più chiaramente come lo “spike-up” del VIX corrisponda allo “spike-down” dell’indice azionario.

Forse ancora più evidente è la correlazione della figura 6 dove il VIX (scala di sx) è confrontato con il “draw down” percentuale (DD%) dell’indice S&P 500 (scala di dx).

Anche in questo caso lo zoom sul 2015 (v. Figura 7) mostra in modo più chiaro la correlazione diretta tra il VIX (scala di sinistra) e il DD% del S&P 500 (scala % di destra). Questa correlazione può essere sfruttata come filtro per l’operatività sul S&P 500 (Future, CFD o ETF) o sulle azioni correlate a questo indice, tuttavia vorrei concentrare l’attenzione non tanto sull’aiuto che la valutazione della volatilità può dare al trading sui sottostanti più noti (come le azioni o i future sugli indici), quanto sul trading sulla volatilità stessa ma prima di addentrarci in questo interessante mondo occorre conoscere altre caratteristiche che vedremo nel prosieguo dei prossimi articoli.

[prosegue nel prossimo articolo] Enrico Stucchi



Privacy Policy  Cookie Policy